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Storia di un'amara retrocessione

È domenica. Il caldo afoso dei primi di maggio si fa sentire in terra vercellese. La partita è sofferta, combattuta, i nostri danno tutto. 90’ passano veloci e al triplice fischio non abbiamo segnato, nonostante i numerosi e disperati tentativi. Le lacrime iniziano a rigare i nostri volti. La preoccupazione è al massimo, in attesa dei risultati delle altre. Il cuore batte a mille. Una conferma, poi l’altra. Non ce l’abbiamo fatta signori, siamo retrocessi.


Eccoci qui, a pochi giorni dalla nostra sconfitta, a ragionare a mente fredda sulla stagione appena conclusa. Il sapore amaro della retrocessione lo avevamo già provato esattamente cinque anni fa, era il 2018 e per un solo punto non abbiamo raggiunto i play-out, salutando così l’Eccellenza per tornare in Promozione. La storia si ripete e come in un copione già visto, ci ritroviamo nella stessa identica situazione. Con la differenza che questa volta è la Promozione che ci lasciamo alle spalle, per (ri)aprire la porta sulla Prima Categoria. Non ci siamo arresi, questo mai.


“Non esiste il fallimento nello sport. Ci sono giorni buoni e giorni meno buoni, in alcuni sei in grado di ottenere il successo, in altri no. Qualche volta è il tuo momento, altre volte no. Questo è lo sport, non devi vincere sempre, vincono anche gli altri e quest’anno vincerà qualcun altro” – questa l’intervista rilasciata da un giocatore dell’NBA pochi giorni fa. Parole vere, autentiche, che ci aprono a una visione più sana e giusta dello sport. Una cosa però nello sport come nella vita reale esiste e si chiama sconfitta. La sconfitta che brucia, che fa male, che delude, che fa arrabbiare e piangere. La sconfitta che, come in ogni progetto di vita, fa parte di un percorso di crescita che la nostra società sta affrontando da ormai 45 anni.


Il nostro, di percorso, non è sempre stato lineare. A volte sulla propria strada si trovano delle buche, a volte si inciampa e si cade. Poi ci si rialza: ci si scrolla la polvere di dosso, si curano le ferite e si aspetta che il tempo lasci il posto ad una cicatrice, da portare con orgoglio come inno alla rivincita e alla rinascita. Perché se c’è una cosa di cui siamo tutti sicuri è che ci sarà sempre un “domani”, in cui riprovarci meglio, in cui tentare di non commettere gli stessi errori, in cui affrontare le difficoltà con perseveranza. E di perseveranza in questo mezzo secolo di storia ne abbiamo avuta tanta.


Partiti nel 1978 dal campionato di Terza Categoria, con un campo di terra e sassi, ci abbiamo messo 35 anni ad arrivare in Promozione. Anno dopo anno abbiamo costruito con il sudore e la fatica quello che siamo diventati oggi. Ogni persona che è passata da Piedimulera ha partecipato alla costruzione del nostro progetto, della nostra “casa”: chi ha costruito le fondamenta, chi ha eretto i muri, chi ha messo qualche mattoncino.

Sorrisi, lacrime, urla, insulti, abbracci. Passione.

Amicizia, lealtà, rispetto, condivisione, aiuto. Passione.

La passione che ci unisce, che va aldilà di tutto.


Non è facile guardarci negli occhi e vedere tristezza. Negli occhi di chi tutto l’anno fa immensi sacrifici per portare in alto i nostri colori. Di chi tutte le sere va al campo, con 30° d’estate o -10° d’inverno. Di chi pulisce gli spogliatoi dalla terra e dal fango. Di chi prepara le maglie con cura. Di chi taglia l’erba, prepara il tè, costruisce strutture, imbianca, cucina. Di chi a suo modo ci mette il cuore. Negli occhi di chi dà l’anima.


E allora ripartiamo da qui, dalla nostra sconfitta, dall’essere caduti a terra tutti insieme. Peccheremmo di presunzione a dire che non ce lo meritavamo, ma i numeri parlano chiaro e i numeri dicono che 13 squadre sono state più brave di noi. Certo è che questa stagione ci ha riservato tante difficoltà e nulla sembrava girare per il verso giusto. Siamo partiti con un progetto ambizioso, quello di rinnovare la rosa e infoltirla di giovani, affiancandoli a giocatori di esperienza. Gli ingranaggi però non hanno funzionato e sarebbe riduttivo se ad oggi ci mettessimo a raccontare gli aneddoti che ci sono capitati, alcuni dei quali vanno anche tristemente e drammaticamente aldilà del gioco del calcio.


Il rettangolo verde ha dato il suo verdetto e noi abbiamo il compito di accettarlo, supportandoci come solo una Famiglia sa fare. Forse sembreremo tutti matti… ma questa è la nostra Vita.


E scusate se questa possa essere sembrata un’autocelebrazione, ma abbiamo voluto farvi vedere una piccola parte del nostro mondo attraverso i nostri occhi. Gli occhi di tanti amici, giovani e vecchi, che sono ancora in grado di commuoversi per un pallone.


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